Presentazione

La dorsale appenninica allontana la costa adriatica dalla tirrenica. Rarissimi passaggi attraversano lo spartiacque. Anche i percorsi secolari delle pecore. i tratturi, si mantengono entro questa spartizione fisica difficilmente sormontabile. Il grande tratturo che risale dal tavoliere delle Puglie finisce ad Alfedena, nella valle del Sangro. Di li bastano poche ore di cammino per aggirare il monte Curvale e trovarsi nella conca, a ridosso delle Mainarde, dove nasce il Volturno. Fu percorrendo il tratturo che giunse a San Vincenzo il drappello di guerrieri arabi inviato dall’emirato di Bari. Era il 10 ottobre dell’881. Non era la prima volta che gli Arabi premevano sull’abbazia. Ma allora alle frecce incendiarie seguì la ribellione dei servi. I monaci scampati si trasferirono a Capua e quando ritornarono dopo vari tentativi di restaurare le rovine, abbandonarono definitivamente il sito per Costruire una nuova abbazia oltre il fiume. La coraggiosa decisione fu assunta dall’abate Gerardo, educato a Montecassino, il quale rase al suolo la prima grande basilica di San Vincenzo dell’abate Giosue per ricavarne i materiali destinati alla nuova. Fra questi era un frammento di marmo in cui erano scalpellate le sagome di grandi maiuscole, un tempo contenenti lettere bronzee originariamente parte dell’iscrizione fatta apporre dall’abate stesso sulla facciata del San Vincenzo Maggiore, che egli fece costruire agli inizi del nono secolo. Gli scavi intrapresi dalla British School at Rome, sotto la direzione di Richard Hodges, ne hanno ritrovato ora numerosi altri frammenti. Proprio in questi ultimi tempi gli scavi condotti a Salerno nel palazzo che vi aveva eretto Arechi II, il marito di Adelperga, figlia dello sfortunato re Desiderio, hanno messo

 

in luce un’iscrizione tecnicamente assai simile. Era un tipo di scrittura epigrafica praticata dai romani di cui l’ultimo esempio è la celebre dedica dell’arco di Costantino. Così i marmi di Salerno e di San Vincenzo dimostrano una cultura comune e l’intento di rifarsi ad un’architettura parlante attraverso le grandi dediche, come quella dei monumenti romani — il Pantheon, il tempio di Saturno — ancora dominanti. Un legame assai tenace doveva unire l’abbazia alle sorgenti del Volturno all’aristocrazia longobarda. Era nelle abbazie che si compiva l’educazione delle classi più elevate e spesso era sulle abbazie che ricadevano competenze di cancelleria e di amministrazione. Gli storici moderni attribuiscono la fondazione di San Vincenzo all’iniziativa del principe beneventano Gisulfo I, l’indomani delle conquiste territoriali in Abruzzo e ,nel Lazio meridionale. 
L’autore della storia di San Vincenzo, il monaco Giovanni, il quale scriveva circa nel 1120 quando tutto ciò che gli scavi recenti hanno rivelato era da tempo sepolto e che raccontò la sua versione facendola commentare da miniature che costituiscono un saggio importante di pittura di soggetto storico, cercò un fondatore più illustre e che, per continuità con le istituzioni presenti, fosse in grado di garantire i privilegi di cui il cenobio aveva goduto. Così, attribuì la rifondazione di quello che era stato un piccolo centro monastico in una delle più insigni abbazie d’Italia all’intervento diretto di Ludovico il Pio. La grandezza di San Vincenzo fu incoraggiata da una moltitudine di fattori che la posero a cerniera fra il principato di Benevento, il ducato di Spoleto, l’impero.
 

Dopo i primi contrasti con i Franchi, nel 787 San Vincenzo, che aveva avuto origine da un’altra fondazione monastica di tutela regia e ora imperiale, Farfa, ottenne un diploma di Carlo Magno che le garantiva i possessi; cinque anni dopo aveva inizio l’energica fase di espansione e di organizzazione sotto la direzione dell’abate Giosue che, secondo quanto creduto dal redattore del Chronicon Vulturnense, era imparentato con la famiglia dello stesso Carlo Magno. Se confrontiamo un documento programmatico di un’ideale abbazia carolingia, la pianta di San Gallo, redatta nell’abbazia di Reichenau, sul lago di Costanza, per venire incontro ad una richiesta dell’abate Gozberto di San Gallo (816- 36), troviamo notevoli affinità di scelta, come ha potuto rilevare Richard Hodges. Come alla Reichenau, anche a San Vincenzo era data grande importanza all’ospitalità riservata ai nobili, con i quali l’abbazia intendeva costruire un rapporto non occasionale ma costante. Finora gli scavi non hanno messo in luce le attrezzature agricole che la pianta di San Gallo indicava come necessarie, ma ha trovato i laboratori con resti di eccezionale interesse del lavoro che vi si svolgeva: smalti su metallo, avori intagliati e grandi quantità di vetri. Sembra che addirittura le transenne della grande basilica incominciata da Giosue consistessero in vetri sostenuti da un’armatura metallica. La luce divina sembrava invadere  la chiesa. Da parte sua, John Mitchell è stato in grado di mettere in evidenza molti punti di collegamento tra la decorazione dipinta di San Vincenzo, nel momento del suo apogeo, agli inizi del nono secolo, e la fiorente cultura artistica delle corti longobarde di Benevento e Salerno, quale si manifesta una generazione prima. Gli artisti che decorarono il monastero al tempo degli abati Giosue, Talarico ed Epifanio erano gli esponenti di un idioma pittorico comune a molte parti dell’Italia di cultura longobarda, tra l’ottavo e il nono secolo. A metà dell’ottavo secolo i re longobardi di Pavia ed i duchi, che godevano di larghi margini di autonomia, quali quelli di Cividale, di Brescia, di Spoleto e di Benevento, erano in aperta reciproca concorrenza. Ognuno di questi centri politici sviluppò una propria ambiziosa e autonoma cultura artistica. Tra essi spicca Arichi Il, duca di Benevento, ed è l’arte fiorita presso la sua corte a costituire lo sfondo su cui si sta glia la sontuosa decorazione della cripta anulare di San Vincenzo Maggiore.Fino a non molto tempo fa l’abbazia occupava un posto importante nella storia della pittura medievale per via degli affreschi della cripta della piccola chiesa sorta presso

 

la basilica minore, datati al tempo dell’abate Epifanio (824-842). Oggi sappiamo che quelle pitture, concitate ed eleganti, appartengono ad un’età ormai avanzata nella storia dell’abbazia che pochi anni dopo, nell’848, fu scossa da un terribile sisma che ne limitò per sempre lo sviluppo. Con le immagini dei profeti nella sala delle riunioni, altri resti minori e la cripta di Epifanio, San Vincenzo al Volturno offre l’unica e importante testimonianza di pittura in un monastero dell’Italia centrale. Ci compensa, fra l’altro, della perdita totale degli affreschi fatti eseguire a Montecassino dall’abate Potone (771-777/78). Infatti gli scavi di San Vincenzo, oltre ad illuminarci sulla storia di questa potente abbazia del nono secolo, ci offrono indizi per comprendere altri aspetti della storia contemporanea, specialmente di Montecassino, dove, per esempio, l’imponente basilica del Salvatore eretta da Gisulfo (796-817) coincideva quasi ad annum con l’inizio di San Vincenzo Maggiore. Proprio nello scavo della cripta di quest’ultima basilica è emerso un capitolo di pittura medievale che offre aspetti inediti e insospettati. La basilica era eretta sul modello di San Pietro e con l’impiego di una griglia geometrica che ancora una volta conferma il rapporto con la razionalità della pianta di San Gallo. Della grande decorazione figurativa della cripta, anulare come a San Pietro, restano soltanto le immagini di due abati, giustamente confrontati con un altro ritratto rinvenuto a Farfa, mentre una lunga serie di pannelli dipinti offre una sorprendente pittura della zoccolatura, squisitamente geometrica, Il repertorio di complicate associazioni di semplici forme geometriche, esibito dagli affreschi, corrisponde alla stessa cultura, mediata dalla lettura di Boezio, che presiede alla composizione architettonica della basilica; il colore luminoso e trasparente dei pannelli, certo oggi esaltato dalla luce diurna cui sono esposti e che non conobbero mai, fa pensare alla grande produzione vitrea dell’abbazia. Gli scavi di San Vincenzo non sono ancora terminati. Ci hanno però restituito, grazie all’accuratezza scientifica e alla genialità con cui sono condotti, un lungo tratto di storia di una zona significativa e finora sconosciuta, incominciando dai resti della prima presenza romana e proseguendo fino al nono secolo. Nel silenzio che sul terreno accompagna le scarse notizie delle cronache, San Vincenzo costituisce una fonte di primaria grandezza per una conoscenza assai più estesa dalla sua stessa breve fioritura.

Molte idee che gli storici e gli storici dell’arte si erano costruite sul più oscuro medioevo vanno ora riviste e ridiscusse, molte altre interpretazioni premono e vanno vagliate. Si apre un capitolo nuovo per la riscrittura della storia italiana ed europea. Tutto ciò è dovuto in grande misura alla metodologia con cui gli scavi sono stati condotti, diretti dal criterio di raccogliere non solo le testimonianze monumentali, ma tutto ciò che poteva illuminarci sulla vita anche materiale della popolazione dei monaci, servi, ospiti e persino assalitori che transitò per San Vincenzo. Fra i tanti esempi, interessantissimo l’inventario degli oggetti abbandonati nel laboratorio al momento dell’assalto arabo: rammento un bronzo di provenienza bizantina, una pietra cesellata

di età romana, due denari del principe Sicone di Benevento, due oggetti rivestiti di smalto a nastro, di una tecnica nota a Roma e in Italia settentrionale. E la testimonianza di una varietà di rapporti e della continuità d’uso di oggetti antichi e di rara bellezza, cui va aggiunto il ritrovamento recente di frammenti di preziosi vetri dorati, evidentemente importati. “Ecch’ ce sctèven’ gl’ riesct’ de na grossa città, e sct posct seva la parte chiù importante”, disse in dialetto a Richard Hodges una vecchia abitante dei luoghi, Rosalina lannotta, indicando il sito dove gli scavi avrebbero messo in luce la più straordinaria scoperta di tutto l’alto medioevo. Mai la storia orale ebbe conferma più luminosa.

Carlo Bertelli

Abbreviazioni usate nel testo

CV = Il Chronicon Vulturnense del monaco Giovanni, edizione a cura del V. Federici (Fonti per la Storia d’Italia, 58-60), (Roma, Istituto Storico Italiano per il Medio Evo, 1925-1938).
SVI = San Vincenzo al Volturno 1: The 1980-1986 excavations. Part I (Archaeological Monographs of the British School at Rome, 7) (Londra, The British School at Rome, 1993).
SV2 = San Vincenzo al Volturno 2: The 1980-1986 excavations. Part II (Archaeological
Monographs of the British School at Rome, 9), (Londra, The British Schoool at Rome 1995).