Presentazione
La
ricerca archeologica nell’area del San Vincenzo Maggiore ha occupato
quindici anni di attività. Fu infatti nell’agosto del 1980 che
vennero avviati gli scavi a San Vincenzo al Volturno. A quel tempo
si riteneva che la celebre abbazia altomedievale descritta nel CV
fosse stata eretta lì ove oggi si trova il monastero moderno. La
famosa cripta ove è ritratto l’abate Epifanio era considerata come
parte di una chiesa isolata, costruita presso il Volturno, sul lato
orientale del Colle della Torre. Molti credevano che essa fosse da
identificare nel San Lorenzo in Insula, una delle due chiese
fatte costruire dall’abate Epifanio (824-842). Nondimeno, l’allora
sindaco di Castel San Vincenzo, Angelo lannotta, ci convinse del
fatto che una grande chiesa doveva trovarsi al di sotto dei
terrazzamenti agricoli realizzati sui pendii del Colle della Torre.
Ci esortò a dare uno sguardo agli alti terrazzamenti siti a circa
200 metri dalla cripta, in direzione sud. E lì era ben visibile un
muro medievale, che si ergeva per un’altezza di circa 4 metri e che
fungeva da contenimento del lato meridionale del terrazzo. Sul terrazzo stesso, tra i filari delle vigne, un contadino
aveva appena piantato degli alberi di olivo entro profondi scassi
praticati nel terreno. Da molti di essi erano emerse alla superficie
prodigiose quantità di ceramica e di laterizi antichi, ma uno in
particolare aveva restituito un bel blocco di travertino recante su
una faccia dell’intonaco dipinto. Il contadino, che era rimasto
particolarmente colpito dalle tracce di pittura, appoggiò il blocco
sull’angolo del muro che delimitava il suo campo. Angelo Iannotta
riteneva che quelli fossero i resti della chiesa di Santa Maria
in Insula, che, come San Lorenzo
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in
Insula,
era
stata costruita dall’abate Epifanio.’
Un anno dopo, Rosalina Iannotta, un’anziana cittadina di Castel San
Vincenzo, venne a visitare gli scavi che si stavano effettuando
presso la cripta. Ci invitò ad accompagnarla per un giro lungo la
collina. Ella era quasi cieca e camminava con difficoltà. Tuttavia
ci dirigemmo con sicurezza verso il sito della cosiddetta Santa
Maria in Insula. “Ecch ce sctèven’ gl’riesct de na grossa
città, e sct posct seva la parte chiù importante”, mi disse in
dialetto molisano. Quindi ci spostammo verso ovest, attraverso i
campi, procedendo di cento-duecento metri e ad un certo punto lei si
fermò e affermò che quella era la “Valle dei Martiri”, e che lì i
Saraceni avevano ucciso centinaia di monaci. Ci trovavamo di fronte
alle memorie di una tradizione orale vecchia di undici secoli. Come
vedremo, Rosalina si fermò per dirci quest’ultima cosa in un punto
che si sarebbe rivelato assai prossimo alla grande abside
occidentale del San Vincenzo Maggiore, che conteneva le probabili
reliquie dello stesso San Vincenzo.
Durante gli scavi condotti tra il 1981 e il 1982, divenne chiaro che
il monastero altomedievale giaceva lungo i fianchi del Colle della
Torre. In altre parole, il cenobio era andato ad occupare il sito
che conserva a tutt’oggi solo a partire dall’inizio del dodicesimo
secolo. In questa prospettiva, era necessario iniziare a ipotizzare
una localizzazione della chiesa abbaziale di San Vincenzo Maggiore,
consacrata nell’808, che fosse prossima ai nostri saggi di scavo.
Discutemmo in quegli anni questi problemi
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1:3 - San Vincenzo al Volturno: veduta verso Sud della trincea PP nel
1986
con Don
Angelo Pantoni, il primo archeologo di San Vincenzo; ma
sebbene egli fosse ben disposto nei confronti della logica del
nostro argomentare, nondimeno rimase fermo nel credere che il
sito del monastero altomedievale dovesse trovarsi sull’altro
lato del fiume.
Nell’estate successiva, quella del 1983, ripulimmo dalla
vegetazione i terrazzamenti 1 e 2, che formavano un
angolo retto con il muro, ben preservato, orientato a sud,
della cosiddetta Santa Maria in Insula. Una volta
rimossa la vegetazione, ci si rivelò l’allineamento di un muro
monumentale che correva in direzione nord-sud. Ad intervalli
regolari lungo il muro si trovavano grossi conci che recavano
scolpita sulla faccia a vista la sagoma di un pilastro
verticale. Don Angelo restò affascinato. Noi eravamo convinti
che questo muro facesse parte dell’edificio di San Vincenzo
Maggiore. Non fu possibile tuttavia saperne di più sino
all’agosto del 1986, quando, con l’incoraggiamento della
Soprintendenza Archeologica del Molise, aprimmo una profonda
trincea (denominata “PP”), al fine di poter rintracciare
l’andamento verso ovest del muro di terrazzamento sin lì
ascritto alla cosiddetta Santa Maria
in Insula. Questo saggio rivelò i resti di un muro
poderoso che agiva da contenimento, sul lato settentrionale,
di un alto terrapieno, mentre, sul lato meridionale,
delimitava, ad una quota assai più bassa, un pavimento di
buona fattura (Fig. 1:3). Le dimensioni del muro ci tolsero
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ogni residuo dubbio in merito all’appartenenza di quei resti al San
Vincenzo Maggiore, una delle grandi chiese italiane del nono secolo.
Quando Don Angelo ci venne a far visita, quell’estate, finì per
restarne convinto a sua volta.
Iniziammo ad esplorare il San Vincenzo Maggiore nell’estate
del 1990. Con il sostegno della Provincia di Isernia e della
British Academy, della British School at Rome e della
Soprintendenza Archeologica del Molise, aprimmo dei sondaggi
nell’area dei terrazzamenti orientali identificati nel i983.
Nel corso di sei mesi di scavo, tra il 1991 e il 1992,
portammo alla luce la totalità dell’estremità orientale della
chiesa, che rivelò la presenza di un monumentale corridoio che
si estendeva al di sotto del fronte del monumento. Ma qual era
la lunghezza della grande chiesa? Il 25 agosto del 1992, a
intervalli regolari procedendo verso Ovest, vennero praticati
dei sondaggi di ridotte dimensioni. All’inizio ipotizzavamo
che la chiesa potesse avere una lunghezza massima compresa tra
i 60 e gli 80 metri. Ma nel tardo pomeriggio, in un sondaggio
praticato a circa 100 metri dalla facciata, venne identificata
la curva dell’abside meridionale della chiesa. Da quel momento
divenne chiaro che ci si trovava di fronte a un edificio
gigantesco (Fig. 1:4). La primavera seguente, con l’aiuto di
David Jordan, venne intrapresa una prospezione geofisica
dell’area. La restituzione grafica computerizzata dei
risultati rivelò l’evidente profilo di un edificio che giaceva
sotto terra (Fig. 1:5). Nell’agosto del 1993, al fine di
verificare i dati della ricognizione geofisica, vennero aperti
tre sondaggi nell’area absidale. La trincea meridionale (SVM
i) localizzò il pavimento della navatella meridionale. La
trincea occidentale (SVM 2) localizzò l’abside principale, e
dal momento che la muratura rivelò la presenza di una finestra
strombata, divenne chiaro che vi doveva essere una cripta. La
trincea settentrionale (SVM 3) consentì di posizionare il muro
settentrionale della chiesa e il muro che delimitava un andito
che conduceva alla cripta, dipinto in maniera sontuosa, fuori
dal comune. Non c’erano ormai più dubbi. San Vincenzo Maggiore
era un enorme edificio e, all’interno delle sue absidi, si
celavano i resti di una cripta splendidamente decorata.
Lo scavo dell’estremità occidentale del San
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Vincenzo
Maggiore offriva un’opportunità eccezionale. Si trattava del cuore della città
monastica di nono secolo, creata dall’abate franco Giosue. Qui sarebbero dovute
trovarsi le più belle pitture di tutto il monastero. I resti archeologici e le
testimonianze artistiche serbate in questo luogo avrebbero costituito un
contraltare di incalcolabile valore rispetto alla cripta in cui è conservato il
ritratto dell’abate Epifanio, sita presso il ponte della Zingara. Questo perciò
sarebbe stato il contesto all’interno del quale si sarebbero inquadrati gli
scavi del 1994.
Nel 1994 la Regione Mouse ha finanziato un nuovo piano per San Vincenzo al
Volturno, utilizzando fondi dell’Unione Europea. Sua Eccellenza Don Bernardo
D’Onorio, abate di Montecassino e San Vincenzo al Volturno, è alla testa di
questo progetto, del quale l’arch. Franco Valente è Ingegnere Capo. Lo scopo del
progetto è, tra gli altri, quello di incorporare le scoperte archeologiche
portate alla luce nel corso degli ultimi quindici anni all’interno di un parco
accessibile al pubblico. Le prime indagini di questa nuova fase della storia
dell’esplorazione di San Vincenzo sono state concentrate nella zona absidale del
San Vincenzo Maggiore. La nostra intenzione era quella di riportare alla luce la
cripta e consentirne quindi la protezione.
Il presente libro descrive questi scavi
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e li contestualizza nell’ambito delle molte
stagioni di scavo e ricerca condotte in passato a San Vincenzo al
Volturno.
Preparare uno scavo archeologico è impresa assai simile a quella di
condurre una spedizione militare, poiché coinvolge molte persone,
verso le quali siamo debitori di profonda riconoscenza.
Per primo e in primo luogo, il nostro ringraziamento va a Sua
Eccellenza l’abate di Montecassino e San Vincenzo al Volturno, Don
Bernardo D’Onorio per il suo continuo sostegno e il suo concreto
incoraggiamento. Siamo inoltre profondamente obbligati di
riconoscenza nei riguardi dell’arch. Franco Valente e dei suoi
colleghi, gli architetti Franco Dituri e Rocco Peluso. La nostra
riconoscenza nei confronti della Soprintendenza Archeologica si
esprime innanzitutto verso chi ne ha avuto la direzione fra il 1981
e il 1993, la dott.ssa Gabriella D’Henry e verso chi ne è stato il
successore, vale a dire l’arch. Costantino Centroni. Ma il nostro
grazie va anche alla dott.ssa Stefania Capini, alla dott.ssa Dora
Catalano e all’arch. Fioravante Vignone che hanno avuto la
responsabilità di seguire i diversi aspetti del progetto di
indagine. La nostra base operativa eseguita da David
Jordan nel 1993 si trova
nell’ex-Scuola Materna di Castel San Vincenzo.>>continua vedi
libro>>
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1:4 -
Assonometria ricostruttiva
di San Vincenzo Maggiore
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NOTE
1 - R. Hodges, ‘Excavations and survey at San Vincenzo al Volturno, Mouse: 1980;
Archeologia Medievale VIII (1981), 483-92; cfr. anche SV1, 19, figg. 3:8
e 3:9.
2 - A. Pantoni, Le chiese e gli edifici del monastero di San Vincenzo al
Volturno (Miscellanea Cassinese 40) (Montecassino, 1980); id. ‘Tracce e
avanzi dell’insediamento monastico primitivo a San Vincenzo al Volturno’, in F.
Avagliano (a cura di), Una grande abbazia altomedievale nel Molise. San
Vincenzo al Voi- turno (Miscellanea Cassinese 51) (Montecassino, 1985),
205-20; cfr. R. Hodges, ‘Angelo Pantoni: l’archeologo di Montecassino’,
Archeologia Medievale
XVI (1989), 747-9.
3 - R. Hodges, ‘S. Vincenzo al Volturno’, in San
Vincenzo al Volturno. Tra Tutela e Valorizzazione (Atti
della Tavola Rotonda organizzata dell’Amministrazione
Provinciale di Isernia) (Isernia, 1992), 23-60.
Abbreviazioni usate nel testo
CV = Il Chronicon Vulturnense del monaco
Giovanni, edizione a cura del V. Federici (Fonti
per la Storia d’Italia, 58-60), (Roma, Istituto
Storico Italiano per il Medio Evo, 1925-1938).
SVI = San Vincenzo al Volturno 1: The 1980-1986
excavations. Part I (Archaeological Monographs of
the British School at Rome, 7) (Londra, The
British School at Rome, 1993).
SV2 = San Vincenzo al Volturno 2: The 1980-1986
excavations. Part II (Archaeological
Monographs of the British School at Rome, 9),
(Londra, The British Schoool at Rome 1995).
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